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giovedì 24 maggio 2012
     

Carlo Donati guida la federazione moda di Confartigianato Arezzo

13/05/2010 10.51.29

Tema: ATTUALITA

Argomento:

Visto: 47 volte

Arezzo - “Made in” ancora norme poco chiare

Carlo Donati appena eletto alla guida della Federazione Moda di Confartigianato Imprese Arezzo, affronta lo spinoso argomento del Made in Italy e lo affronta con non poche criticità.

Attualmente l'etichetta di origine su una merce o prodotto (Made In) è apposta secondo le norme comunitarie A settembre del 2009 è stata introdotta una nuova normativa che istituisce l'etichetta di origine “100% Made in Italy”, stabilendo che possono avvalersi di questa etichetta i prodotti che sono realizzati interamente in Italia In questo complicato panorama si inserisce la cd Legge Reguzzoni che vedrà la sua piena attuazione solo dopo il 1°ottobre. Il provvedimento prevede oltre l’etichettatura obbligatoria anche l’apposizione del marchio ” MADE IN ITALY” su prodotti tessili, della pelletteria e del calzaturiero dove almeno due fasi di lavorazione siano interamente fatte in Italia e per le quali si possa assicurare la tracciabilità.

“In un panorama variegato tra decreti, legge nazionali e normative comunitarie chi difende l’artigianalità del saper fare italiano?” chiede a gran voce Carlo Donati; “questa nuova legge è un’occasione mancata, non è accettabile il ritardo con cui l’ UE si sta muovendo. L’adozione di una disciplina dell’etichettatura di origine, - prosegue Carlo Donati - risponderebbe a una duplice esigenza: tutelare il consumatore finale e le nostre imprese anche sotto il profilo della reciprocità. Quando vendiamo negli USA, in Giappone, in Cina, siamo obbligati a dichiarare dove produciamo e non si capisce il perché chi produce negli USA in Giappone o in Cina non debba fare altrettanto, vendendo in Europa.”

“Quello che comunque è veramente incomprensibile, - prosegue Manuela Boncompagni Coordinatore della Federazione Moda di Confartigianato Imprese Arezzo - , è il principio della lavorazione prevalente. Questo significa che avremo capi confezionati all’estero che potranno fregiarsi del Made in Italy solo perché realizzati con materie prime italiane; pensiamo all’esempio di una giacca, confezionata in Cina con prodotti italiani. Questa giacca sarà Made in Italy introducendo un nuovo concetto di origine, in contrasto con le norme internazionali del commercio, un vero invito a delocalizzare le confezioni e la manifattura finale dei capi. Il tutto si tradurrà poi in un incomprensibile caos di made in…, in cui le aziende che esportano saranno chiamate a etichettature differenti”.

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