Accedi    Registrazione
Notizie dalla Valtiberina
giovedì 24 maggio 2012
     

La rivoluzione delle riforme, le proposte della Cisl Umbria

13/07/2010 17.19.33

Tema: ATTUALITA

Argomento:

Visto: 202 volte

Umbria - Dal Convegno di Perugia, la relazione del segretario Ricciarelli

“La riforma e la semplificazione dell’assetto istituzionale endoregionale e la modernizzazione del sistema pubblico regionale nella prospettiva del federalismo fiscale e della riforma del codice delle autonomie locali”.

Dal convegno della Cisl dell’Umbria la relazione del segretario regionale Cisl Umbria, Claudio Ricciarelli.

IL CONTESTO = LA CRISI

Siamo davvero in un tempo difficile.

Da questa crisi ormai un po’ tutti dicono che ne usciremo cambiati.

Se ne può anche uscire migliori se cambierà qualcosa nella politica, nel modo di fare impresa, negli stili di vita e di consumo, nel valore da ridare al lavoro e alla centralità delle persone, nella modernizzazione della Pubblica Amministrazione, in una parola, se si avvierà un nuovo modello di crescita intelligente ed inclusivo.

Dobbiamo provare a farlo già ora dentro la crisi e questo comporta un approccio meno conflittuale e più collaborativo, più concertativo e partecipativo da parte di tutti nel sistema delle relazioni a partire da quelle sindacali.

Questa crisi, con pesi e misure diverse, mette dalla stessa parte imprese e lavoratori!

Ma anche la politica deve cambiare!

Più coraggio e lungimiranza, senso di una prospettiva.

Invece di battere le “solite strade” sempre più dissestate, anche la politica dovrà imboccare percorsi meno noti ma più ricchi di opportunità, avere orizzonti più ampi.

La situazione che stiamo vivendo richiede un segnale di forte discontinuità rispetto al passato!

Siamo dentro a cambiamenti epocali che richiedono una capacità di visione del futuro.

Per oltre 50 anni dalla seconda guerra mondiale, l’occidente è stato il baricentro del mondo in termini di crescita, di ricchezza, progresso economico, crescita civile e sociale, di modelli di democrazia.

Oggi il baricentro del mondo si sta spostando ad oriente e con esso, nell’occidente e in Europa, molte cose non resteranno più come prima.

Il baricentro della crescita nel pianeta sta cambiando, è cambiato!

Tutto ciò diffondendo, paradossalmente e insieme, oltre alla paura, maggiori ricchezze e disuguaglianze!

Questo è successo soprattutto per effetto di una globalizzazione dei mercati realizzata senza una contestuale globalizzazione delle Istituzioni di governo e di regole che ne favorissero anche una diffusione dei diritti della persona e della dignità del lavoro.

L’Europa può e deve avere un futuro se i Paesi che la compongono si danno davvero una “mano” se, oltre all’Euro, si è capaci di difendere la nostra integrazione e far avanzare la nostra unità in una prospettiva di modello di crescita sostenibile e di qualità, come indicato dalla nuova agenda 2020.

I segnali non sono incoraggianti!

L’aumento del debito, la denatalità ed il conseguente invecchiamento della popolazione, le pulsioni interne agli stati di natura separatistica rendono tutto più difficile.

Ma non abbiamo alternative migliori!

Dentro a questo contesto non facile c’è l’Italia che, oltre al dato europeo, soffre per i suoi secolari squilibri economici, instabilità del sistema politico, inadeguatezza del sistema istituzionale, diffusi livelli di criminalità, corruzione ed illegalità, scarso senso civico.

L’Italia ha davvero bisogno di riforme vere e condivise per recuperare competitività economica, coesione sociale, peso politico e modernizzare il nostro sistema Paese.

La manovra finanziaria

La recente manovra finanziaria è necessaria!

Al rigore finanziario che, giustamente ci impone l’Europa, va aggiunta però l’equità nella distribuzione dei “pesi” e degli “oneri” insieme ad un sistema di interventi che aiuti davvero il Paese che lavora e che produce ricchezza nell’economia reale.

Per questo, le pure appropriate misure contro l’evasione fiscale, vanno finalizzate ad alleggerire il peso delle tasse sul lavoro.

Va modificato l’intervento sul blocco totale della contrattazione nel pubblico impiego salvaguardando almeno quella di secondo livello.

Quello previsto per il personale della scuola deve cambiare come promesso.

Va condiviso con le Regioni l’intervento previsto di riduzione dei trasferimenti di risorse agli Enti Locali che francamente riteniamo eccessivo.

Qui vogliamo essere chiari!

Non è la prima volta che si “tagliano” risorse a Regione ed Enti Locali.

Lo hanno fatto, in passato, sia Governi di Centro–destra che di Centro–sinistra.

Ma stavolta, l’Umbria, da questa manovra, subirà un taglio di circa 120 milioni di Euro.

Non è una bazzecola!

Il rischio di mettere in ginocchio la capacità di intervento della Regione su settori decisivi per l’economia e sevizi ai cittadini è forte.

È arrivato il momento di prendere di petto la riforma del Patto di Stabilità che sta ingessando Comuni, Province e Regioni.

Non è con uno sciopero generale che si correggono queste scelte!

Lo sciopero è un mezzo dell’azione sindacale non il fine!

Il fine è tutelare le persone che rappresentiamo.

Quando lo si usa, lo sciopero, come estrema ratio, sarebbe un bene farlo insieme e su obiettivi sindacali concreti.

L’Unità sindacale, senza un modello di valori condivisi, senza sapere per cosa e per dove andare, non è un “bene” assoluto.

La divisione sindacale è comunque un “male” specie se tende a bi-polarizzazione il Sindacato.

Così come l’ossessiva ricerca di visibilità fine a se stessa di certa politica, ma anche di qualche sindacalista, porta a dare “notizie” senza “fatti” invece che fare “fatti” per creare “notizie”.

Le criticità e potenzialità dell’Umbria

Un cambiamento però si impone, nello stesso tempo, nel mettere mano ad una nuova stagione di riforme a livello regionale.

Riqualificare la spesa, eliminare sprechi e modernizzare il “motore pubblico” dell’economia per metterlo anche al servizio degli altri “motori autonomi” della crescita regionale: il settore manifatturiero e le sue eccellenze, quello agro–alimentare con particolare riferimento alla valorizzazione dei nostri prodotti tipici locali e all’accorciamento della filiera e quello del turismo – ambiente – cultura – artigianato artistico.

Cancellare il corso di laurea per turismo ad Assisi temiamo che sia un errore!

Certo se non riparte l’economia in Europa, se l’Italia resta ferma, è difficile immaginare che l’economia umbra, da sempre influenzata da effetti di trascinamento, possa ripartire da sola.

Ma è bene, in ogni caso, non restare con le mani in mano!

Ciò che è nelle nostre possibilità va fatto anche a livello regionale per favorire una uscita in avanti dalla crisi!

Sappiamo che il problema numero “uno” si chiama competitività del sistema economico umbro.

Ciò deriva da una bassa produttività, peso eccessivo dell’assetto istituzionale pubblico, basso livello di valore aggiunto nelle produzioni, arretratezze infrastrutturali, diffusione di economia sommersa.

Le più moderne teorie economiche ci dicono che la competitività e produttività di un sistema economico si realizza attraverso tre leve fondamentali:

• nei fattori territoriali e localizzativi e nelle loro convenienze;

• nell’intensità dei processi di innovazione, ricerca e diffusione delle conoscenze;

• nei modelli di governance partecipative che valorizzano le risorse umane nelle imprese e nelle flessibilità funzionali del lavoro.

Un modello di concertazione virtuosa deve, perciò, essere capace di mettere a leva questi tre fattori in modo dinamico.

La prima è in mano alle Istituzioni.

La seconda alle Imprese ed Università.

La terza alle parti sociali e quindi alla qualità delle relazioni sindacali e bilaterali.

Nella prima leva c’è di tutto, accesso al credito, infrastrutture materiali e immateriali, costi localizzativi, istruzione e formazione (soprattutto tecnica e professionale), livelli di criminalità e corruzione, costi dell’energia, peso della fiscalità locale, servizi di Welfare, servizi alle imprese, costo e qualità dei servizi pubblici locali, efficienza della Pubblica Amministrazione.

Il federalismo fiscale

Sono proprio questi ultimi che ci interessa oggi affrontare: la riforma e la semplificazione dell’assetto istituzionale endoregionale ed amministrativo dell’Umbria.

D’altra parte pare ormai imminente l’avvio di un processo di federalismo fiscale che dovrà prevedere, insieme a nuove competenze, anche maggiori responsabilità per le Regioni e il sistema delle Autonomie Locali nell’ambito di un principio di solidarietà fra Regioni e nello Stato che non può venire meno.

Ciò che dobbiamo evitare è un Federalismo Fiscale che sommi l’attuale prelievo fiscale dello Stato a quello nuovo delle Regioni e delle Autonomie Locali.

Il sistema fiscale va riformato e redistribuito in rapporto proporzionale a competenze e funzioni dei diversi livelli istituzionali e caricato sui cittadini sulla base di tre criteri fondamentali che attengono alle capacità di reddito, alle ricchezze possedute e ai livelli qualiquantitativi di consumo.

Di sicuro con il Federalismo Fiscale finirà la stagione della ripartizione delle risorse fra Stato – Regioni ed Autonomie Locali sulla base del principio della “spesa storica” e, si avvierà quella della ripartizione di risorse sulla base dei costi standard dei servizi e prestazioni essenziali (sanità, sociale, istruzione, trasporti, ecc.).

Per non essere penalizzati sarà decisivo definire bene questi criteri da parte dello Stato ma sarà importante anche il grado di efficienza regionale di questi settori!

L’azione di prossimità al contrasto dell’evasione fiscale

Così come sarà decisivo un coinvolgimento attivo del sistema delle autonomie locali per una azione di contrasto alla evasione ed elusione fiscale.

Nella manovra, a ragione, si migliora la norma che consente ai Comuni di collaborare con lo Stato nella azione di contrasto e trattenersi per il proprio bilancio 1/3 degli introiti recuperati.

Pensare di ridurre, e si può, anche attraverso questa collaborazione, in un anno almeno il 10% degli oltre 2 miliardi di Euro di evasione che si stima esserci in Umbria significa recuperare 200 milioni di Euro e, di conseguenza, incrementare di 60 milioni di Euro i bilanci dei Comuni e con ciò compensare una parte dei tagli e garantire i servizi ai cittadini a partire da quelli sociali.

È bene perciò che la convenzione sottoscritta qualche mese fa fra ANCI e Agenzia delle Entrate dell’Umbria per collaborare all’azione di contrasto all’evasione, anche migliorandola alla luce della nuova norma, possa vedere l’adesione di tutti i Comuni dell’Umbria.

Sappiamo che il Sindaco di Perugia, insieme al suo Comune come gli altri dieci che hanno aderito finora, è uno di quelli che ci crede. Ora che è anche Presidente dell’ANCI Umbria, speriamo e gli chiediamo di assumersi impegni concreti in questa direzione.

Le ragioni di una riforma endoregionale

La necessità quindi di mettere mano ad una riforma e semplificazione dell’assetto istituzionale e amministrativo della Regione Umbria si è posta da diverso tempo ma in questa fase diviene urgente per molte ragioni quali:

• Siamo all’inizio dell’attività politico – amministrativa di un nuovo Governo Regionale che deve fare i conti, su questa materia, con un processo di riforma incompiuto ereditato dal precedente che impone l’esigenza di un segnale di forte innovazione.

• Questa è davvero una delle Riforme più importanti per gli effetti conseguenti che può produrre su tutti i segmenti della società economica, sociale e civile dell’Umbria e quindi si può ritenere la “madre di tutte le riforme”!

• L’Umbria è una delle Regioni dove il “peso” del sistema pubblico è tra i più alti del Paese; questo ha prodotto un buon sistema di Welfare ma anche una complessità di funzionamento, una scarsa efficienza ed efficacia, notevoli costi improduttivi, un eccesso di sprechi, una eccessiva invadenza della “politica” sulla società con i suoi costi conseguenti.

“Dobbiamo buttare via l’acqua sporca conservando il bambino”!

• La stessa recente indagine condotta dal Prof. Bracalente evidenzia come il “motore non autonomo” dello sviluppo della Regione, cioè il terziario pubblico, sia fra i meno produttivi e quindi rischia di essere un freno e non una risorsa per la competitività economica complessiva della Regione.

• La crisi attuale ci impone, perciò, interventi strutturali e quello della semplificazione del sistema pubblico è uno dei più importanti perché con esso si può meglio qualificare l’intervento pubblico a sostegno dell’economia, promuovere maggiore sussidiarietà, più trasparenti responsabilità, ridurre i costi improduttivi e liberare risorse per favorire un nuovo modello di sviluppo della regione.

• La dimensione ridotta dell’Umbria impone di semplificare il sistema, e per quei servizi pubblici a rilevanza economica, ricercare dimensioni nuove di economia di scala e di ottimizzazione dei costi capaci di assicurare qualità ed efficienza dei servizi e contenimento dei costi per i cittadini e imprese.

• L’informatizzazione di molti processi, anche nel sistema pubblico, accompagnato anche da una diffusa economia della conoscenza, dovrebbero e potrebbero facilitare questo processo di modernizzazione anche del sistema pubblico.

• La necessità di affermare nei fatti il principio della sussidiarietà orizzontale e quindi della promozione di una nuova responsabilità dei corpi intermedi nella promozione e gestione del bene comune impone, al sistema pubblico, di ridefinire il suo ruolo in alcuni settori strategici delle politiche sociali, della gestione del mercato del lavoro e dei servizi alle imprese.

• Qui è bene che la Pubblica Amministrazione faccia un “passo indietro” e la partecipazione alla promozione e gestione del bene comune da parte dell’associazionismo dei corpi intermedi ne faccia uno in avanti.

• L’approccio culturale ad un processo di modernizzazione non deve essere quello di sommare politiche nuove a politiche vecchie ma di smontare “cose vecchie” e montare “cose nuove” più adatte a favorire una crescita dell’Umbria che metta meglio a leve anche le sue risorse naturali e ricchezze endogene.

Questo impone un ragionamento intorno ai seguenti “nodi”:

• la riforma endoregionale e gli ATI;

• il ruolo e funzioni delle Province;

• l’associazionismo dei piccoli comuni;

• le Comunità Montane;

• le Agenzie regionali;

• le Società a partecipazione pubblica dei Servizi Pubblici Locali;

• i Centri per l’Impiego.

Rinviamo ad altra sede la questione che attiene all’assetto istituzionale delle aziende e servizi della sanità per parlare del resto.

Gli ATI

Come CISL avevamo e abbiamo espresso perplessità per la legge di istituzione degli ATI perché non semplifica abbastanza, non libera risorse, rende incerto il rapporto con le Province, non risolve il problema dell’esercizio associato di funzioni per i Comuni più piccoli, non c’è sintonia con la parallela e discutibile riforma delle Comunità Montane determinando una incomprensibile asimmetria negli assetti istituzionali e territoriali fra i due soggetti.

Per queste ragioni si ritiene utile e necessaria una verifica politica su questa riforma.

Sappiamo che l’assetto attuale pone all’Umbria (piccola regione) qualche problema di funzionalità quale ad esempio lo squilibrio fra una Provincia molto vasta territorialmente e una troppo piccola, l’estrema frammentazione di molti piccoli comuni al di sotto di 5.000 abitanti (oltre 2/3).

Tutte le discussioni, di oltre 20 anni, svolte fin qui su questa questione, non hanno prodotto risultati.

Si sono alternate proposte senza mai un approdo condiviso:

• la 3° Provincia;

• il riequilibrio territoriale fra le due Province;

• la legge per favorire l’associazionismo dei piccoli comuni;

• da ultimo gli ATI (Ambiti Territoriali Integrati).

Quindi, anche nel quadro delle riforme in itinere a livello nazionale (Federalismo Fiscale e Codice delle Autonomie Locali), proponiamo l’affermazione del principio che ogni funzione deve essere posta esclusivamente in capo ad un solo livello istituzionale.

Solo così si può davvero semplificare, rendere efficace l’azione amministrativa e verificabile il principio di responsabilità, ridurre i tempi di decisione, applicare, la dove opportuno, sanzioni rispetto alle inadempienze delle Amministrazioni pubbliche.

Pertanto è bene che le funzioni pubbliche siano allocate e/o riallocate, in modo condiviso, nei tre livelli istituzionali che ricevono legittimazione elettorale cioè Regione, Province e Comuni.

L’associazionismo dei Comuni

I piccoli comuni con meno di 5.000 abitanti, non sono oggettivamente nelle condizioni organizzative per gestire bene tutte le competenze che lo Stato gli demanda.

Si tratta di prevedere, anche con specifica norma di legge regionale, una politica che premi, anche finanziariamente, in modo consistente e vincolante, processi di associazionismo nella gestione delle funzioni amministrative o meglio ancora di fusione fra comuni piccoli omogenei territorialmente.

Ad oggi l’unica esperienza che in Umbria conosciamo è quella della Unione dei Comuni dell’olio e del Sagrantino!

È bene favorire un ruolo di capofila nella promozione dello sviluppo economico locale e del territorio, nella gestione dei servizi essenziali, quali sanità, sociale, scuola e lavoro a quei 12/15 comuni intermedi (20 – 60 mila abitanti) che si caratterizzano per mercati del lavoro omogenei.

Con qualche adattamento in più si può prendere a riferimento gli attuali Ambiti di Zona e favorire un loro processo di maggiore integrazione e identità territoriale.

Questi, soprattutto quelli geograficamente ai confini della Regione, nell’ambito anche di una apertura dell’Umbria ad una cooperazione con i territori del Centro Italia, assumerebbero una funzione ed un ruolo importante di cerniera e di proiezione dell’Umbria oltre ai propri confini amministrativi trasformando la loro attuale debolezza geografica, di comune di confine, in opportunità e punto di forza.

Nel contempo va valorizzato il ruolo di Perugia come capoluogo regionale. Perugia per l’Umbria non potrà essere la Milano per la Lombardia ma una capacità magnetica di orientamento e trascinamento della crescita e del ruolo dell’Umbria in Europa e nel mondo ci vuole.

Così come per Terni capoluogo provinciale.

Insieme, vanno costruite collaborazioni e integrazioni funzionali con le regioni del Centro Italia.

È una possibile pista di lavoro per favorire quel processo necessario a fare sistema dell’Umbria, anche nella dimensione istituzionale.

Le Comunità Montane

In questo quadro poniamo l’esigenza di una riorganizzazione delle Comunità Montane.

La questione è, come noto, complessa e delicata e la soluzione non facile.

Di sicuro la riforma avviata non regge all’impatto dei cambiamenti di contesto regionale e nazionale in atto!

Il Governo centrale ha cancellato la normativa nazionale in materia e con essa azzerato il finanziamento statale alle regioni (per l’Umbria ciò ha significato quasi 5 milioni di risorse in meno).

Alcune Comunità Montane sono con “l’acqua alla gola”.

La preoccupazione, per 1.000 posti di lavoro, è forte!

Si possono realisticamente fare tre ipotesi.

La prima: da una parte, affidare le micro funzioni di manutenzione e valorizzazione del territorio ai Comuni da gestire in forma associata, nei 12/15 Ambiti di Zona precedentemente indicati e, dall’altra, promuovere una unica Agenzia regionale per il territorio, con partecipazione mista, cui affidare tutte quelle attività che possono produrre, in forma diretta o indiretta reddito, valore aggiunto e ricchezza anche per le popolazioni montane integrandole con la filiera Turismo – Ambiente – Cultura, promozione dei prodotti tipici locali e Artigianato artistico.

Con essa va rafforzata l’attività attuale di forestazione, valorizzazione, tutela paesaggistica, manutenzione del territorio regionale in accordo e con la partecipazione dei consorzi di bonifica, parco agroalimentare, enti parco, parte dell’Arusia, Umbria Floor, da realizzare nelle forme più opportune compresa quella della unificazione auspicabile.

Questa è quella preferibile!

La seconda in subordine: fare, con apposita legge regionale, delle Comunità Montane adeguatamente ridefinite nel numero e nella delimitazione territoriale, l’unico livello intermedio fra Comune e Provincia nel quale riorganizzare tutte le materie e competenze che riguardano la gestione associata delle funzioni dei Comuni assorbendo in esse gli ATI con le loro competenze, gli Ambiti di Zona e tutti gli altri soggetti pubblici deputati alle politiche di valorizzazione del Territorio.

Questo unico livello intermedio andrebbe autogovernato con organismi amministrativi snelli, efficienti, non eccessivamente costosi e direttamente gestite dai Comuni in forma associata.

La terza: è connessa alla riforma, in internare, del Codice delle Autonomie locali.

Se questa riforma tenderà a incoraggiare tali processi nell’ambito del ruolo delle Provincie, si può ritenere naturale che tutte quelle funzioni, attualmente in capo a livelli intermedi, vengano attribuite al livello provinciale e con esse quindi anche quelle previste attualmente per gli ATI e le Comunità Montane.

Rimarrebbe aperto, in questo caso, il problema della gestione di un territorio vasto come quello della Provincia di Perugia.

Siamo comunque dell’opinione che gli interventi nei territori montani sono indispensabili per tutelare e difendere le nostre risorse naturali, idriche, forestali, paesaggistiche, ambientali.

Vanno, quindi, garantite tutte quelle opere necessarie e fondamentali alla conservazione e valorizzazione di questi beni (regimazione e manutenzione dei fiumi, delle dighe, itinerari turistici, la salvaguardia del patrimonio boschivo e forestale, la prevenzione nel dissesto idrogeologico, fino alla prevenzione degli incendi boschivi).

Naturalmente tutto ciò deve prevedere un contestuale processo di riallocazione funzionale del personale delle Comunità Montane nell’ambito dei nuovi livelli di riattribuzione delle funzioni attuali.

Così come deve valere, tale principio, per tutto il personale, compreso quello precario, di altri Enti-Agenzie che si andranno a riorganizzare nell’ambito di tale processo.

I Centri per l’Impiego

Molte cose sono cambiate con l’istituzione dei Centri per l’Impiego rispetto ai precedenti uffici per il Collocamento ma ancora, gli stessi, fanno fatica a svolgere servizi moderni di politica attiva del lavoro.

Quasi il 90% delle intermediazioni domanda/offerta di lavoro avviene al di fuori della loro sfera di azione.

È tempo di fare una verifica per promuovere un modello più avanzato di servizi per l’impiego che superi l’attuale autoreferenzialità e autosufficienza dei Centri per l’Impiego per favorire un modello più integrato fra pubblico, privato sociale e agenzie private.

Con un ruolo di regia dei Centri per l’Impiego, si tratta di affermare una idea di sussidiarietà orizzontale che permetta, agli strumenti dell’associazionismo delle imprese e dei lavoratori, di gestire più attivamente e direttamente anche i servizi per l’impiego e le politiche attive del lavoro in un contesto di nuove responsabilità e di più robuste esperienze di bilateralità.

Per questo si chiede, una norma regionale che regoli l’accreditamento dei soggetti privati deputati alla mediazione domanda – offerta di lavoro nell’ambito della quale promuovere un nuovo protagonismo delle parti sociali in materia di servizi per l’impiego e politiche attive del lavoro.

Criteri più rigorosi di accreditamento delle agenzie formative capaci di facilitare la qualità dell’offerta formativa e la loro integrazione con il sistema dell’istruzione tecnica e professionale.

Questo dovrà essere un pezzo del nuovo Piano per il lavoro che dovremo condividere a Settembre 2010!

La riforma delle Agenzie Regionali

Un pezzo non piccolo della riforma delle Agenzie regionali è chiaramente connesso a come sarà sciolto il nodo dell’Agenzia in materia di territorio.

L’altro più consistente è relativo al sistema delle agenzie a sostegno dell’economia.

Il risultato finale dovrà essere quello di semplificare – qualificare la strumentazione e l’azione pubblica a supporto dell’economia nel quadro di quanto previsto dalle norme Bersani sulle gestioni in House.

A nostro avviso si devono attivare, come già detto, processi di sussidiarietà orizzontale e di sinergia pubblico/privato nel sistema dei servizi per l’impresa, per le politiche attive del lavoro e nel Welfare senza escludere, per altri servizi, processi di internalizzazione alla tecnostruttura pubblica regionale come ad esempio per le attività amministrative dell’Arusia, per l’APT, dell’Adisu stessa, se utile.

Il risultato finale dovrà essere quello di ridurre a non più di sei o sette le attuali oltre venti Agenzie e/o Enti promossi dalla Regione.

Ma è sull’intervento pubblico in economia che si deve riorganizzare alla grande!

Per una regione piccola come l’Umbria l’ideale sarebbe quello di promuovere, partendo da Sviluppumbria, una unica Agenzia a sostegno dell’economia che supporti le imprese, in coerenza con gli indirizzi programmatici del governo regionale e in un ruolo di collaborazione con le parti sociali, con servizi adeguati, per promozione e marketing territoriale, attrazione di investimenti, promozione, internazionalizzazione, innovazione – ricerca, accesso al credito.

Per questo ultimo servizio, si tratterà di vedere se andrà in porto, entro l’estate, la trasformazione di Gepafin con il coinvolgimento dei Consorzi fidi e delle banche.

Infine la valorizzazione, manutenzione e messa a redditività del patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello derivante dal federalismo demaniale, e la ricollocazione funzionale del personale ex RES all’interno di questo processo.

Una unica Agenzia a supporto dell’economia con incorporate elevate capacità tecniche, manageriali e specialistiche, una unicità contrattuale, con una guida eccellente e autorevole, slegata da logiche politico – partitiche.

Una Agenzia organizzata per divisioni interne funzionali alle missions in grado di progettare e gestire pochi ma grandi progetti su quelle che sono le criticità vere del sistema economico produttivo ed industriale e promuovere con essi partnership funzionali coinvolgendo via, via Università, Camere di Commercio, sistema bancario, strumentazioni operative delle associazioni di imprese e non.

Sempre che, dalle norme di Legge Bersani, tutto ciò possa essere possibile.

Altrimenti, senza perdere altro tempo, non ci resta che concludere presto e bene il processo già avviato: quattro Agenzie! Credito, Internazionalizzazione, Marketing territoriale, Innovazione e Ricerca con collaborazioni e/o integrazione funzionali con i soggetti pubblici e privati interessati.

Infine, proponiamo, un unico soggetto per la gestione dei servizi informatici che riassorba gli attuali quattro sparsi nel territorio.

Per il resto delle Agenzie si tratta di concludere presto, bene e in modo condiviso processi già avviati:

• l’unificazione condivisa degli ATER di Perugia e Terni;

• l’accorpamento del SEU a Villa Umbra come unica scuola di formazione per tutta la P.A. Umbra in un rapporto nuovo con l’Università e con l’AUR;

• l’eliminazione, là dove possibile, di presidenze inutili e autoreferenziali, riducendo al minimo collegi sindacali e consigli di amministrazione.

Contestualmente al processo di riforma delle Agenzie regionali e dei SPL, va gestita la norma di legge che obbliga le dismissioni dalle società partecipate, dei piccoli medi comuni entro il 31/12/2010.

Sarebbe stato meglio prevedere una gradualità nel tempo per evitare il rischio di “svendere” partecipazioni importanti, ma va fatto!

Va fatto non semplicemente per sostituire partecipazione private a quelle pubbliche ma per riorganizzare bene tutto il sistema delle società miste.

La riforma dei Servizi Pubblici Locali

L’altra grande questione da affrontare, in un rapporto con i Comuni e Province è, appunto, quello della riorganizzazione del sistema dei servizi pubblici locali (acqua – rifiuti – energia – trasporti).

Il contesto legislativo nazionale, in materia, è ancora ingarbugliato e indefinito.

Il rischio di un processo di privatizzazioni senza liberalizzazioni è forte!

Sperimentare un modello di democrazia economica in questi settori è importante! In Umbria la situazione attuale, non è certo sostenibile.

Oltre venti imprese municipalizzate per garantire i servizi di acqua – rifiuti – trasporti, ad appena 900 mila abitanti sono davvero troppe con il risultato, evidente a tutti, di un aumento delle tariffe (in cinque anni quasi il 40%) a fronte di una qualità dei servizi non sempre adeguata e di un’invadenza dei partiti eccessiva e distorsiva.

Le nostre idee al riguardo sono note, le abbiamo indicate in un convegno regionale pubblico appena due anni fa, ribadite, anche unitariamente, per il sistema dei rifiuti a novembre scorso, e, per i trasporti, addirittura con un accordo con le Istituzioni interessate.

Promuovere per ognuno di questi servizi una unica Società di gestione di dimensione regionale, aperta a collaborazioni e sinergie con altre aziende analoghe operanti in regioni limitrofe.

Due soli ATO regionali per acqua e rifiuti.

Per i trasporti si tratta di passare in fretta dal Progetto Holding all’azienda unica con la prospettiva di gestione di tutti i servizi che riguardano la mobilità urbana ed extra urbana su gomma, ferro, parcheggi inclusi.

Per i rifiuti è importante mantenere unita la gestione dell’intero ciclo integrato dalla raccolta fino alla gestione delle soluzioni impiantistiche di chiusura del ciclo.

Va potenziata a fondo la riduzione, il recupero e la raccolta differenziata dei rifiuti con sistemi premianti capaci di promuovere comportamenti virtuosi di cittadini, imprese e Comuni.

Previsto un modello di unicità contrattuale che aiuti a tenere insieme tutto il ciclo e le varie fasi del sistema da quelle più ricche a quelle più povere.

Quindi, partendo dalle esperienze industriali più consolidate in Umbria, si può giungere in fretta ad una unica Società mista di gestione del servizio come prevede lo stesso piano regionale di smaltimento dei rifiuti.

Per l’acqua il modello è lo stesso ma qui la valenza pubblica del bene è da tutelare e salvaguardare anche nei modelli di gestione.

Garantire la proprietà pubblica dell’infrastrutturazione impiantistica mantenendo il controllo prevalente del pubblico su tutte le fasi del ciclo e riducendo i diffusi livelli di dispersione e spreco esistenti.

Per l’energia il ragionamento è più complesso e non intendiamo banalizzarlo con due battute.

Diciamo solo che, oggi, si impone una revisione del Piano Energetico Regionale per raccordarlo con i nuovi obiettivi della U.E. 2020 (meno 20% di gas a effetto serra, 20% di energia da fonti rinnovabili, più 20% di efficienza energetica).

Assumere, come proposto della Presidente Marini, questo settore della “green economy” come un possibile piccolo nuovo volano di una crescita sostenibile.

Poi si tratterà di favorire una dislocazione logistica funzionale ed equilibrata delle presenze, di queste aziende riorganizzate, nei vari territori della Regione anche al fine di valorizzare il carattere policentrico dell’Umbria.

Se si riuscisse davvero a fare in fretta queste tre o quattro piccole grandi “riforme” avremmo sul serio creato le condizioni ottimali per ridare all’Umbria la competitività e l’attrattività che merita.

Avere le carte in regola per non temere la prospettiva federalista ma al contrario assumerla come una opportunità per crescere.

Un federalismo per diventare più responsabili del nostro futuro, governare al meglio le nostre risorse, per una crescita di qualità capace di dare lavoro ai giovani in particolare, riavvicinare i cittadini alle Istituzioni e alla gestione del bene comune, in definitiva contribuire a ridare fiducia e speranza nel futuro alle persone.

La sussidiarietà orizzontale

Per questo ci sentiamo di indicare altre due “piccole” cose da fare.

La prima: promuovere una maggiore sussidiarietà orizzontale nella gestione pubblica del bene comune.

L’Umbria appare una Regione ferma con:

• una società civile, dei corpi intermedi ed un associazionismo impigrito, stanco, a volte deluso;

• un tessuto imprenditoriale poco dinamico abituato, in alcuni suoi comparti, ad alimentarsi e crescere attraverso i canali di una spesa pubblica che non ci sarà più nelle dimensioni che abbiamo conosciuto in passato;

• un sistema istituzionale e politico eccessivamente invasivo rispetto alla sfera di gestione della Pubblica Amministrazione, al ruolo delle parti sociali, alla stessa autonomia della società civile.

Ecco! Questa è l’altra Umbria da rimettere in “moto”!

Lo può fare anche un intelligente e virtuoso processo di sussidiarietà orizzontale nel Welfare, nelle politiche per il lavoro, nell’economia. Il risultato lo abbiamo già sperimentato nel settore dei servizi per l’infanzia: con le innovazioni introdotte dalla legge regionale, in tre anni, si è raddoppiata l’offerta, anche se ora rimane il problema dei costi delle rette.

La sobrietà in politica

La seconda: promuovere una maggiore e più diffusa sobrietà nei costi di funzionamento della politica e delle Istituzioni Statali e Locali.

Non vogliamo né possiamo e dobbiamo fare facile populismo e demagogia!

Sappiamo che la democrazia non ci è data gratis, ha un costo ed i diritti e le libertà che ci permette di esercitare compensano le responsabilità che ci chiede di assumere.

Ma questo è un equilibrio e un patto che và continuamente ricercato e rinnovato fra eletti e elettori, fra Istituzioni e cittadini, fra società e politica.

Oggi ci appare gravemente incrinato e a rischio di rottura.

Può essere rigenerato se la politica sa tornare a guidare i cambiamenti, indicare orizzonti, suscitare ideali, alimentare speranze, promuovere giustizia, contrastare disuguaglianze, se ha una visione del futuro!

In ciò anche gli “esempi” sono importanti come i comportamenti, molto di più delle parole!

La sobrietà nei costi e negli stili di fare politica e gestire le istituzioni sono un esempio.

Lo stesso principio può e dovrebbe valere nell’economia e nella finanza.

Appena venti anni fa la forbice fra il reddito minimo e il reddito massimo era da 1 a 50 ora siamo da 1 a 300 e questa non è una buona cosa!

Quando poi chi guadagna tantissimo, a volte, non paga nemmeno le tasse, come è emerso dal recente rapporto della Guardia di Finanza, o manda al fallimento grandi imprese e/o colossi bancari, allora è una vergogna di cui dovremmo tutti ritrovare il gusto di indignarci!

Sappiamo che le leggi non bastano a regolare le dinamiche dei redditi derivanti dal mercato.

Qui ci vuole anche un di più di etica e di morale!

Per la politica e le istituzioni, invece, basta la volontà di fare una norma!

Abbassare le indennità per gli eletti e i nominati nelle assemblee elettive e negli organi di Governo almeno da un certo livello di indennità, così come eliminare qualche privilegio legato alla carica o all’incarico politico istituzionale, come le troppe “auto blu” con relativo autista, le consulenze improprie e le segreterie pletoriche.

Tutto ciò sono esempi positivi che possono contribuire a ridare credibilità alla politica e alle istituzioni!

Sappiamo che l’impegno politico richiede competenza, capacità, professionalità, l’onestà è un prerequisito, ma, se si perde la spinta passionale e ideale, lo spirito di servizio, l’umiltà di ascoltare, il rischio è che resti solo professionismo, interesse per il potere, la carriera ed il denaro.

Questo non è un bene!

Speriamo che le lodevoli iniziative e proposte avviate dalla Presidenza del Consiglio Regionale dell’Umbria non cadano nel vuoto, in passato è già successo, quindi, aspettiamo e vediamo per credere ed apprezzare.

Conclusioni

Come si desume da questa introduzione non abbiamo la presunzione di proporre un progetto e un piano compiuto di riforme sull’assetto istituzionale e amministrativo dell’Umbria ma certo non se ne può più solo parlare.

È dagli anni novanta che la discussione si trascina stancamente!

È arrivato il tempo di assumere decisioni per avviare e / o concludere riforme ormai non più rinviabili.

Nelle dichiarazioni programmatiche della Presidente Marini c’è una attenzione al tema che apprezziamo; ora attendiamo proposte e scelte concrete!

Chiediamo perciò la presentazione di un progetto organico da parte della Giunta Regionale sul quale avviare un confronto e se possibile una concertazione per una sua condivisione alla ripresa della pausa estiva.

Ci aspettiamo perciò, già in questa occasione, un contributo importante da parte degli invitati a parlare, per fare già oggi un passo in avanti nella direzione giusta.

Parliamoci chiaro!

Queste riforme o si fanno all’inizio di una legislatura o non si fanno più!

Se si faranno e si faranno bene gli effetti nel medio periodo si vedranno.

Un’ultima semplice cosa!

Queste riforme servono per dare maggiore competitività e coesione sociale al sistema Umbria, dare una marcia in più ai “motori” autonomi dello sviluppo e con essi offrire nuove chances occupazionali di un buon lavoro a tanti giovani e donne scolarizzati.

Vogliamo darci, tutti assieme, un obbiettivo realistico?

Aumentare il tasso di occupazione per avvicinarsi agli obiettivi di Lisbona (70%) e con esso attestare l’Umbria agli standards dei Paesi più avanzati d’Europa dove, ogni 100 ingressi nel mercato del lavoro, 20 sono giovani laureati.

In Umbria siamo solo all’8%!

Solo allora potremmo, sul serio, dire che l’Umbria sarà davvero una Regione migliore!

Condividi la notizia!

I commenti dei lettori

Fai Login al sito: click qui

Non sei ancora registrato? fai click qui

Inserisci il tuo commento (max 2000 caratteri):



*

 

Segnala l'articolo ad un amico

Il tuo nome
 
La tua email
   
Nome dell'amico
 
Email dell'amico
   
Inserisci un messaggio per il tuo amico (facoltativo):

*
(*) Contro un uso improprio, l'uso di questo servizio e' monitorizzato.

 

Annunci Immobiliari Lavoro Auto Moto Valtiberina

 
  Privacy - Copyright Euromedia Communications P.IVA 02487440543